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Nov 14, 2011

I made the papers!

There was a lovely article about my food blogging in the Rome issue of Corriere della Sera this weekend. It talked a bit about my childhood, my family, how I came to blogging, and how my career has evolved out of film and into food writing. It was a very well written article, and condensed the friendly, hour-long chat I had with columnist Maria Egizia Fiaschetti, who penned the story.

Here is an online version of the printed article.
Definitely going into my book proposal package to publishers!

Interviewed on Corriere della Sera newspaper

Aug 30, 2011

Peach Tiramisu recipe


For some they're called Saturn, an Australian friend names them "donut;" here in Italy they're tabacchiere, because they resemble snuff boxes. Whatever their moniker, the small, flat and white perfumy peaches are the star ingredient in today's particularly droolsome summer tiramisu. Light, quick and easy to make, this particular dessert is magic: it has the power to disappear seconds after landing on your plate.

Ingredients for a 9' x 12' baking dish:

1 lb plain yogurt
1 lb mascarpone cheese
2 tablespoons brown sugar
1 family-pack of Pavesini cookies (or lady fingers)
10 Saturn peaches (or 4-5 regular round, white peaches), peeled and thinly sliced
1/2 cup peach nectar

In a mixing bowl, combine yogurt, mascarpone and sugar with a wire whip, until well blended.

Quicky dip the cookies in the peach nectar (I didn't say soak, just quickly wet them, they should not go all soggy on you) and line the bottom of the baking dish with the moist cookies.

Slather a thin layer of creamy yogurt + mascarpone mixture, and cover with peach slices.

Spread another coating of creamy mixture, and continue layering moist cookies, cream, peaches, cream, moist cookies, cream, peaches... and so forth, completing with a final blanket of cookies.

Cover with plastic wrap and refrigerate at least two hours before diving in.


Mar 8, 2009

Tre giorni, an essay in Italian


La convocazione è per le 10:00 ma io sono lì alle 8:30. Come per il primo giorno di scuola, o per la prima volta diretti ad un indirizzo nuovo, quando si arriva troppo presto perché si è percorsa una strada che ci ha portati sul luogo deputato in meno tempo di quanto stimato. Sono lì sola e mi chiedo, ma dove sono tutti? E sopratutto, cos'è che faccio io veramente di lavoro? Piove, e il mio ombrello è di quelli tascabili, che inevitabilmente si rompono da un lato, e l'acqua ti cola sempre giù bagnandoti nell'unica parte scoperta del collo, scendendo come una lama di ghiaccio fino alle mutande. I dolori del ciclo e il sonno arretrato alterano la mia percezione, i residui della congiuntivite accorciano attraverso i miei occhiali graffiati e bagnati di pioggia, notevolmente il campo visivo. La sospetta assenza di persone attorno a quello che a breve dovrebbe diventare un frenetico set cinematografico, mi preoccupa. 

Poi, uno ad uno spuntano sorrisi, facce note e il profumo della macchinetta del caffé a cialde nella saletta ricavata accanto al passaggio dei cavi del genny mi fanno lentamente tornare lucida. Caricata come una molla con qualche giro di chiavetta vengo riproiettata nel mio usuale mondo e ritmo lavorativo. Il numero dei frame diminuisce e la proiezione arriva a velocità normale. Il suono ovattato si definisce e i sensi si affinano. Avverto un certo agio. Sento una dolce nota sostenuta che mi fa abbassare le spalle tese e mi lascia piacevolmente stupita. Sorrido.

Era da Natale che non lavoravo. E poi, come spesso accade, nel giro di una settimana, mi sono stati offerti due piccoli lavori. Due lavori perfetti, i classici impegni brevi della serie cooked & eaten. Alle 10:00 di un piovoso mercoledì, sola in un parcheggio di un teatrino di posa sul Raccordo Anulare, affronto curiosa il secondo dei due. Tre giorni era l'accordo. "Ci servi solo per tre giorni, per chiudere il film," ha detto quella voce al telefono.

E così è stato. Compressi in quei soli tre giorni, ho vissuto i piacevoli lati di un film intero. Ne ho tratto il paradossalmente il meglio. Un concentrato di film. Un distillato di quello che amo del mio lavoro. Come non mi capitava ormai da un bel po', io mi sono effettivamente divertita. Una bella novità, considerando il mio desiderio di cambiare mestiere. Nello specifico professionale, in quanto a compiti e doveri, l'impegno constava di poche effettive responsabilità, visto che si girava già raccordati. Nessuna noia, pochi tempi morti. Le solite lunghe attese, certo, ma stranamente colme di scoperte e coincidenze. Nessuna routine, au contraire. Sono stati tre giorni (stipendiati) di risate, cioccolata e sguardi di complicità. Peccato siano stati solo tre.

Feb 24, 2009

ore 21, an essay in Italian


Una giovinezza trascorsa ad aspettare. Fin da quel primo pomeriggio di primavera. Ero adolescente e come quella prima giornata di sole, ero innamorata del primo amore. Aspettavo.
Ho aspettato finché fuori si è fatto buio e mentre vedevo calare la luce, appesi e pronti per essere indossati, sbiadivano una camicetta e una leggera sottana, fresca di cotone e nastri appena stirata. Avrei dovuto indossarli quel pomeriggio ma fuori è diventata sera. Aspettavo di metterli e fare quella passeggiata col mio primo amore. Quella passeggiata, né l'amore, né il momento arrivarono mai e ho rimesso nell'armadio la camicetta e la leggera sottana, fresca di cotone e nastri appena stirata.

Come ho aspettato triste quell'amore non puntuale e mai giunto, ne ho aspettati altri. Anche ora, dopo tempo––dopo la giovinezza––aspetto ancora con quella stessa sciocca speranza di sentire il ronzio del citofono. Sono trascorsi anni e amori, e lunghe citofonate di allegria e brevi passeggiate. Ma ancora aspetto, come quando da ragazza innamorata guardavo appesi sul gancetto dell'anta i vestiti pronti della primavera. Ci sono volte che nascosta guardo fuori la finestra mentre aspetto. E mentre lo faccio sento ancora quel sapore non proprio dolce in bocca. Il sapore dell'attesa. Aspetto.

Aspetto ancora. Attendo l'uomo che adesso ritarda perché forse sta passeggiando con una ragazza fresca e giovane, vestita di primavera. Sto aspettando che mi venga a prendere per portarmi via. Ancora attendo, chissà perché. Possibile ch'io non mi sia ancora stancata? Io la Maestra, Campionessa, la Sacerdotessa dell'Attesa! Sono secoli che perfeziono la mia arte. Non ho mai perso il sorriso. Ho aspettato sempre speranzosa e ciascuna volta l'attesa è stata inutile. Inutile e vuota come la casa dove me ne stavo lì, ad aspettare.

Pronta, le valige chiuse. L'affitto pagato. Il gas spento. Aspetto.
Ma è tardi, fuori s'è fatto buio e lui non arriva.

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